Trasparente tra like e cuoricini: la solitudine delle persone buone ai tempi dei social
L’inganno contemporaneo che lascia nell’ombra chi sa solo esserci per gli altri

di Giancarlo Canepa. C’è una solitudine che non ha nulla a che fare con il rimanere soli in casa. È un disagio che si manifesta proprio quando sei in mezzo alla gente: a un aperitivo affollato, a una cena o mentre la chat sul telefono continua a sparare notifiche a raffica. È la sensazione strana di essere perfettamente visibili, ma del tutto trasparenti.
Dalle nostre parti la solitudine ha sempre avuto una forma precisa. È la nostra famigerata diffidenza ligure: quel guscio duro, quel pudore antico che ci impedisce di chiedere aiuto per non sembrare deboli e ci porta a non fare troppe domande agli altri per non essere fraintesi e sembrare irrispettosi della privacy altrui, ma, molto spesso, è solo comodo disinteresse.
Oggi quella solitudine di pietra si è sposata con qualcosa di molto più subdolo: l’illusione della presenza digitale.
Ci siamo ficcati dentro una trappola perfetta. I social ci promettono che non saremo mai soli, che c’è sempre una piazza aperta in cui mostrare che la nostra vita funziona. E così passiamo il tempo a esibirci. Chi è intimamente buono, generoso o sensibile si ritrova ad affrontare un cortocircuito spietato: continua a farsi carico degli altri, a ricucire gli strappi in silenzio, ma lo fa dentro un ecosistema che premia soltanto chi fa caciara, chi si lamenta o chi urla più forte.
Sui telefoni non c’è spazio per la stanchezza, per un dolore sordo o per la fragilità di chi a fine giornata è semplicemente a pezzi. Lì devi brillare. E così, chi è abituato a sorreggere il mondo senza chiedere nulla in cambio, si ritrova solo due volte: prigioniero della vecchia ritrosia dei nostri paesi e, al contempo, invisibile dentro un algoritmo che riconosce tutto tranne l’empatia vera.
A furia di azzerare le distanze con un clic, abbiamo finito per non toccarci più, abbiamo finito per ridurre al minimo lo scambio di calore umano. Abbiamo moltiplicato i contatti e svuotato i gesti, dimenticandoci che la cura degli altri non è una diretta streaming, ma un lavoro quotidiano di chi sa esserci senza clamore.
Perché, come ricordava già duemila anni fa Seneca: “Se vuoi essere amato, ama”. E l’amore, quello vero come la bontà, non ha mai avuto bisogno di connessione o di un grande pubblico, ma soltanto di qualcuno capace di accorgersene prima che vada sprecato.
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