Cronaca
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Albenga, Orlando e le sorelle Fazzari assolti anche in appello: «Il fatto non sussiste»

Confermato il verdetto di primo grado per i tre imprenditori, arrestati nel 2016 per presunti legami con la ’ndrangheta. I legali: «Resta l’amarezza per la libertà perduta e le imprese compromesse»

Si è conclusa con la conferma dell’assoluzione anche in secondo grado la lunga vicenda giudiziaria che ha coinvolto Roberto Orlando, la moglie Rita Fazzari e la cognata Giulia Fazzari, imprenditori albenganesi attivi da anni nel settore edile. La sentenza è stata pronunciata questa sera, alle 18, dalla Seconda Sezione della Corte d’Appello di Reggio Calabria, presieduta da Francesca Familiari, che ha confermato il verdetto di primo grado “perché il fatto non sussiste”. Si chiude così un procedimento durato più di un decennio.


I tre erano stati arrestati nel luglio del 2016 dalla DIA di Genova, su mandato della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, con l’accusa di aver operato a favore e nell’interesse della consorteria criminale Raso-Gullace-Albanese, attiva nell’entroterra reggino. Un’accusa pesantissima, che i giudici hanno ritenuto infondata in entrambi i gradi di giudizio.


Il prezzo pagato, però, è stato altissimo. I coniugi Orlando sono rimasti agli arresti domiciliari per oltre cento giorni, mentre Giulia Fazzari ha trascorso quasi due anni interi in carcere. Parallelamente al procedimento penale, le aziende di famiglia erano state sottoposte a sequestro e affidate in amministrazione giudiziaria. Oggi gli imprenditori si trovano di fronte alla prospettiva di vedersele restituite prive di qualsiasi operatività e valore economico, e senza più quel parco clienti costruito e consolidato in molti anni di attività.


«Dopo oltre dieci anni la giustizia ha restituito ai nostri assistiti la loro dignità e la loro onorabilità, riconoscendone la totale estraneità alle accuse», dichiarano gli avvocati Antonio Marino e Andrea Mieli, del foro di Roma, che hanno assistito Roberto Orlando, Rita Fazzari e Giulia Fazzari per l’intera durata del procedimento. «Resta però l’amarezza per ciò che nessuna sentenza potrà restituire: la libertà perduta, la serenità di una famiglia e un’impresa costruita con anni di sacrifici».


Alla luce dell’esito del processo, non si esclude che i tre imprenditori possano avviare le iniziative previste dall’ordinamento sia per ottenere la riparazione per l’ingiusta detenzione subita, sia per l’irragionevole durata del processo, che ha ampiamente superato i dieci anni.

Comunicato stampa

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