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Denuncia per la scomparsa di un sacco di Tempo

(Buongiorno, appuntato.)

di Alberto Tondella.

La mia giornata, oggi, comincia nella Caserma dei Carabinieri.

— Buongiorno appuntato, mi chiamo Alberto Tondella e vorrei denunciare una scomparsa.

— Di una persona?

— No. Del Tempo.

— Del Tempo. Cioè, ha perso Tempo?

— No, no. L’ho risparmiato. È diverso.

— Capisco. Quanto?

— Parecchio. Secondo i miei calcoli almeno diecimila ore.
— Effettivamente è un sacco di Tempo.

L’ appuntato prende un modulo da un cassetto.

— Dove le teneva?

La domanda mi coglie impreparato.

— Le ore?
— Sì.
— Un po’ dappertutto, credo.

Annuisce e comincia a compilare il modulo con una BIC blu col tappo rosicchiato.

È in quel momento che capisco che io e quest’uomo possiamo arrivare molto lontano.

In questo lungo silenzio osservo i calendari dei Carabinieri appesi al muro, e la vecchia scrivania di legno consumato dagli anni, ricoperta di panno verde logorato. 

Ammiro, ipnotizzato, quel magnifico ammasso di cavi intrecciati,neri e beige, che vanno da pc a monitor, da mouse a pc, da pc aciabatta dell’alimentazione, da ciabatta a stampante, da stampante a pc, e poi al fax, wow, un fax.

Ci sarebbe da perderci del bel Tempo a seguire tutto quel groviglio, ma non ce l’ho. 

Non ho Tempo. L’ho perso, o forse me l’hanno rubato.

Leggo nello sguardo impassibile dell’appuntato un pensiero. Credo che sia una cosa del tipo: “Ma perché vengono tutti qui e non vanno mai alla Polizia?”

Intuisco che si aspetta che io mi spieghi meglio.

— Non penso davvero che qualcuno me l’abbia rubata questa borsa con le diecimila ore (circa). Non sospetto di parenti, amici o conoscenti. Non ricordo nemmeno esattamente dove le ho viste l’ultima volta.

Però sono assolutamente certo di averle risparmiate e accumulate.

Per anni.

Ho le prove.

Le faccio alcuni esempi.

Da anni ho il Telepass.

Ogni volta che attraverso un casello autostradale risparmio, diciamo, un minuto?

A volte cinque, a volte trenta secondi. Facciamo un minuto.

Quattro caselli alla settimana, cinquanta settimane all’anno, vent’anni.

Sono circa sessantasette ore.

Quasi tre giorni.

— Appuntato, scriva: tre giorni.

Poi c’è l’home banking.

Anni fa per fare un bonifico dovevo andare in banca.

Prendevo la macchina, cercavo parcheggio, entravo, prendevo il numerino, aspettavo che un tabellone luminoso decidesse che era arrivato il mio momento, parlavo con un essere umano, firmavoqualcosa e tornavo a casa.

Io faccio un bonifico mentre sono fermo ad un semaforo.

Tre minuti.

Bonifici, bollette, estratti conto, F24, pagamenti.

Mettiamo che abbia risparmiato un’ora alla settimana.

In vent’anni sono altre mille ore.

— Appuntato, aggiunga quarantadue giorni.

Poi, ad esempio, ci sono gli acquisti online.

Una volta per comprare un paio di scarpe dovevi andare in un posto dove vendevano scarpe.

Sembra incredibile, ma funzionava così.

Macchina, parcheggio, negozio, commesso, prova, coda, pagamento, ritorno.

Oggi posso comprare un paio di scarpe alle undici e quarantasette di sera mentre guardo una serie televisiva, senza pantaloni.

Amazon, biglietti, alberghi, assicurazioni, regali, elettronica, prenotazioni.

Facciamo un’altra ora alla settimana?

Altre mille ore.

— Un altro mese e mezzo, appuntato.

Google.

Qui la faccenda si fa seria.

Io appartengo a una generazione che per sapere una cosa doveva non saperla per un bel po’ di Tempo.

Dovevi telefonare a qualcuno.

Consultare enciclopedie come  “I quindici” o “Conoscere” o, se eri fortunato, la Treccani.

Cercare un numero sull’elenco telefonico.

Chiedere informazioni.

Aspettare il giorno dopo.

Oppure, ipotesi oggi considerata inaccettabile, rimanere col dubbio.

Adesso voglio sapere chi interpretava il secondo carabiniere in un film del 1987?

Tre secondi.

A che ora chiude un negozio a Tokyo?

Tre secondi.

Quanto dista Vladivostok da Mosca?

Tre secondi.

Come si dice “epicondilite” in giapponese?

Non lo so perché, ma so che un giorno ne avrò bisogno, ma comunque, tre secondi.

Se Google mi avesse fatto risparmiare anche soltanto venti minuti al giorno negli ultimi vent’anni, sarebbero circa 2.400 ore.

Cento giorni.

— Appuntato?

— Sì.

— Ne aggiunga cento.

Ora comincia a guardarmi con una certa preoccupazione.

Credo tema che io gli faccia slittare la pausa-caffè.

— Poi ci sono WhatsApp, le mail, il navigatore, i pagamenti contactless, i biglietti sul telefono, il check-in online, le prenotazioni, lo SPID, le videochiamate.

Non devo andare in edicola per comprare il giornale.

Non devo andare in agenzia per comprare un biglietto aereo.

Non devo telefonare a dieci alberghi per sapere se hanno una camera.

Non devo fermarmi a chiedere indicazioni a un benzinaio.

Non devo nemmeno più cercare le monetine per il parcheggio.

Ho eliminato code, viaggi, attese, telefonate, sportelli, caselli, francobolli e buona parte degli esseri umani che si frapponevano tra me e quello che volevo fare.

Ho fatto due conti assolutamente arbitrari.

Sono arrivato tranquillamente a diecimila ore risparmiate negli ultimi vent’anni.

Diecimila ore sono 416 giorni e sedici ore.

Più di un anno intero.

Ma siccome normalmente dormo e non considero il sonno Tempo disponibile per andare in banca o comprare scarpe, se conto giornate da sedici ore fanno 625 giorni di vita cosciente.

Un anno e otto mesi.

— Quindi lei sostiene di aver perso un anno e otto mesi?

— No, appuntato. È peggio. Sostengo di averli risparmiati. Ma non li trovo più.

— Bel guaio, signor Tondella.

— E non abbiamo ancora parlato della lavatrice.

— Mi illumini dunque.

— Della lavastoviglie.

Dell’automobile.

Dell’aereo.

Del frigorifero.

Del microonde.

Tutte invenzioni precedenti ai miei vent’anni di contabilità, quindi per correttezza non le ho inserite nella denuncia.

Non vorrei sembrare uno che cerca di gonfiare il sinistro.

L’ appuntato continua a prendere appunti. 

Più lentamente.

E poi c’è l’intelligenza artificiale.

Quella è arrivata da poco, ma promette benissimo.

Posso darle un documento di venti pagine e dirle:

“Leggilo tu e dimmi cosa devo sapere.”

Trenta secondi.

Posso farle cercare informazioni, riassumere testi, tradurre una lettera, sistemare una mail, confrontare dati.

Altre ore risparmiate.

Una meraviglia.

— Tra qualche anno dovrò probabilmente tornare qui in caserma ad aggiornare la denuncia, appuntato.
— Nel caso spero di essere in pensione e godermi il mio Tempo libero, signor Tondella.

Mentre mi osserva inclinando la testa di lato, giocherellando con la BIC blu, continuo il mio monologo. 

— Ma vede, la parte veramente interessante è un’altra.

— C’è dell’altro?

— Purtroppo, sì. Perché mentre inventavamo tutte queste cose per risparmiare Tempo, medici, scienziati, igiene, alimentazione e condizioni di vita facevano qualcosa di ancora più clamoroso:

ce ne regalavano dell’altro.

Un italiano nato circa un secolo fa aveva un’aspettativa di vita alla nascita attorno ai cinquant’anni, anche per l’enorme mortalità infantile dell’epoca.

Oggi siamo oltre gli ottanta.

Abbiamo guadagnato decenni.

Quindi appartengo probabilmente alla prima parte della storia dell’umanità che è riuscita contemporaneamente a fare due cose straordinarie:

vivere molto più a lungo e impiegare molto meno Tempo per fare quasi tutto.

E sapete qual è una delle frasi che pronuncio più spesso?

“Non ho Tempo.”

— Qui credo, appuntato, sia necessario fermarsi un momento.

— Sono immobile e tutto orecchie.

Perché delle due l’una.

O qualcuno sta effettivamente rubando una quantità spaventosa di Tempo all’umanità.

Oppure siamo coglioni.

Temo la seconda.

— Ho fatto anche qualche indagine per conto mio, appuntato.
— Non mi dica, signor Tondella.
— Credo di avere un paio di piste.

La prima porta in Germania, dove il sociologo tedesco Hartmut Rosa ha dedicato molti studi a quella che chiama accelerazione sociale.

Il concetto, ridotto brutalmente per quelli come me, è abbastanza semplice.

La tecnologia ci permette di fare una cosa in metà Tempo.

Fantastico.

E cosa facciamo con l’altra metà?

Un’altra cosa.

Poi inventiamo qualcosa che ci permette di fare più velocemente anche quella.

E nello spazio appena liberato ne infiliamo una terza.

È come comprare un armadio più grande perché finalmente avremo spazio e riempirlo di roba la sera stessa.

Non abbiamo usato la tecnologia per fare meno.

L’abbiamo usata per fare di più.

La seconda pista porta in Australia, passando per Londra. Si chiama Judy Wajcman.
Lei ha studiato il paradosso della pressione temporale nelle società tecnologiche: disponiamo di strumenti sempre più veloci e continuiamo a percepire il Tempo come una risorsa sempre più scarsa.

Ma credo che abbiamo fatto persino un passo ulteriore.

Abbiamo cominciato ad avere paura del Tempo vuoto.

Aspetto due minuti una persona?

Telefono.

Sono in coda?

WhatsApp.

L’appuntato ha smesso di ascoltare e di scrivere e sta guardando il telefono.

Lo fisso.

Se ne accorge e lo appoggia sulla scrivania.

Continuo.

Cammino?

Podcast.

Guido?

Audiolibro.

Mangio?

Netflix.

Sono seduto sul water?

Lokkio.

Corro?

Musica e smartwatch, possibilmente controllando anche passo, frequenza cardiaca e quanto sto migliorando mentre dovrei semplicemente correre.

Se rimangono cinque minuti liberi nella giornata, sentiamo quasi il bisogno di metterci dentro qualcosa.

Persino il riposo deve essere produttivo.

Dobbiamo ottimizzare.

Ammortizzare.

Sfruttare.

Non perdere Tempo.

Soprattutto non perdere Tempo.

Perché il Tempo è prezioso.

Talmente prezioso che passiamo tutta la vita a risparmiarlo.

— Quindi cosa vorrebbe che facessimo, signor Tondella?

In effetti non lo so.

Non posso chiedergli di aprire un’indagine.

Non ci sono telecamere da controllare.

Nessun sospettato.

Nessuna effrazione.

Così, decido di fare un appello.

— Scriva appuntato, poi lo diffonda su tutti i canali delle Forze dell’Ordine e su tutti i quotidiani.

ATTENZIONE!

Se qualcuno dovesse trovare del Tempo libero in giro, potrebbe essere mio.

Ne ho perso parecchio.

Non pretendo che me lo restituiate tutto.

Mi basterebbe qualche giornata.

Un pomeriggio.

Anche solo un’ora.

Perché sono assolutamente certo di averlo messo da qualche parte.

Ho guardato ovunque.

Niente.

Se lo trovate, chiamatemi o scrivetemi.

Ma non oggi.

Oggi non ho Tempo.

— Posso farle un’ultima domanda, signor Tondella?

— Certo.

— Tutto questo Tempo che ha risparmiato… cosa voleva farci?

— Niente.

STOP

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