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Veganesimo e vegetarianismo nella dottrina della Chiesa: libertà, responsabilità e misura

Tra Genesi, tradizione ascetica e sensibilità contemporanea, una scelta possibile

di Flavio Lenardon. Vegetarianismo o veganesimo non sono imposti ma neppure lo proibiti dalla Chiesa cattolica. Rientrano nelle scelte personali e libere.
Libertà di scelta che può nascere da motivazioni ascetiche, ecologiche o da una sensibilità etica verso gli animali. Non vi è perciò un obbligo dottrinale in tal senso, ma nemmeno una condanna. L’equilibrio rientra nella personale responsabilità dell’uomo nel suo rapporto con il creato e del libero arbitrio.

Uno dei punti focali nella Sacra Bibbia e che la dottrina cattolica richiama con chiarezza è il dovere di non infliggere sofferenze inutili agli animali, quindi non c’è una specifica prescrizione per un regime vegetariano.
Gli esseri viventi, e non solo, sono creature di Dio e, in quanto tali, meritano rispetto. Un principio fondamentale che si inserisce in una visione più ampia: quella della custodia del creato nel suo insieme più vasto e universale, una custodia che affidata all’uomo, non deve essere considerata come dominio arbitrario e avulso, bensì come profonda responsabilità morale.

Il tema relativo alla dieta vegetariana, trova un primo riferimento nel libro della Genesi (1,29), dove la dieta originaria indicata da Dio è vegetale. Solo in un momento successivo compare il consumo di carne, segnando un passaggio che la tradizione ha spesso letto anche in chiave simbolica: da un’armonia iniziale a una realtà più complessa e segnata dalla caduta.

Nel corso della storia della Chiesa, il vegetarianismo è stato talvolta praticato come forma di ascesi. Monaci e santi hanno scelto di rinunciare alla carne per esercitare il digiuno, disciplinare il corpo e tendere a una maggiore purezza spirituale. Non si tratta però di una norma universale, bensì di una via personale, legata a un cammino interiore.

Resta invece normativa, per la Chiesa, l’astinenza dalle carni in determinati giorni, come il venerdì. Questa pratica non equivale a un invito al vegetarianismo permanente, ma rappresenta un gesto penitenziale e comunitario, radicato nella tradizione.

Oggi, alcuni settori della teologia contemporanea leggono il vegetarianismo anche come possibile espressione dello spirito delle beatitudini e come risposta alle sfide ecologiche. In questa prospettiva, la scelta di non consumare carne può assumere un valore che va oltre l’alimentazione, toccando il modo in cui l’uomo si colloca nel mondo e si relaziona alle altre creature.

Questi regimi alimentari, vegani e vegetariani, sono considerati dalla Chiesa delle scelte etiche lecite e in determinati ambiti anche spiritualmente significativi. Non è però un obbligo morale. Rimane una possibilità, non una prescrizione: un cammino tra libertà e responsabilità.

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