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Tendenza

Un 25 aprile che dà noja

Democrazia: un difficile esercizio di stile che non tutti si possono permettere.

di Flavio Lenardon. Il 25 aprile è la data scelta in Italia come festa nazionale della Liberazione dal nazifascismo, che avvenne nel 1945. Un’occupazione tedesca che però non finì in un solo giorno, il 25 aprile 1945 i soldati della Germania alleata e quelli della repubblica di Salò cominciarono la loro ritirata dalle principali città del nord italia, Torino e Milano, la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano per riprendere le città ed i territori nazionali. Liberando idealmente l’Italia dal dominio nazista. 

La decisione di scegliere il 25 aprile come “festa della Liberazione” fu presa quando il governo italiano provvisorio di Alcide De Gasperi che fu anche l’ultimo del Regno d’Italia, stabilì che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”; 

I giornali italiani celebrarono subito il 25 aprile 1945 come un giorno importante nella guerra: non solo l’Unità e Il Popolo, ma anche il Corriere della Sera, che, non dimentichiamo, durante il ventennio fascista era stato molto vicino al regime. Questo sta a significare che è una giornata che da subito viene percepita come fondamentale nella storia italiana decretando così tecnicamente la fine della guerra. Che poi ufficialmente finì poco dopo, ovvero il 2 settembre 1945.

Questa per sommi capi la narrazione storica, ma ogni volta che si giunge alla ricorrenza del 25 aprile il senso autentico della Liberazione d’Italia viene occultato e viene artatamente strumentalizzato da settori politici e intellettuali della sinistra italiana. Sono otto decenni che viene usato per legittimare una politica che era ed è in realtà un corpo estraneo nelle democrazie liberali occidentali, sostenendo l’immaginaria identificazione tra antifascismo e democrazia, e nel contempo delegittimare gli avversari cercando di accusarli di non essere abbastanza antifascisti.

Un grottesco esercizio di mistificazione che continua ad andare in scena ancora oggi, ben sapendo che teoricamente tutte le forze politiche italiane dovrebbero concordare su una concezione del pluralismo che escluda ogni dittatura. 

Perché i presunti eredi di quella storia hanno cercato di colpire e affondare il nuovo centrodestra che è lontano dalle radici neofasciste di cui viene sistematicamente accusato. E maggiormente la nuova destra che grazie al consenso elettorale è ora al governo del paese. 

E dunque, la mistificazione di un’interpretazione della Liberazione del 1945 come passaggio storico che segnerebbe la legittimazione liberaldemocratica solo della sinistra, escludendone in saecula saeculorum la destra, e bocciando qualsiasi cosa essa dica o faccia come irrimediabilmente “sporcata” da una sorta di “fascismo eterno”, verrà ancora sommariamente adoperata quale corpo politicamente contundente, nella speranza di colpire gli avversari, e contemporaneamente cementare lo “zoccolo duro” del consenso di uno schieramento progressista nella realtà sempre più sfilacciato, contraddittorio e privo di un’identità unitaria. 

Per limitare il dilagare dell’inganno è necessario ribadire verità storiche ovvie, contro la speculazione ideologica.

La prima verità, sempre ignorata dalle celebrazioni unilaterali e strumentali, è che nella liberazione dell’Italia il ruolo determinante non venne svolto dalla Resistenza italiana, ma dalle truppe angloamericane sbarcate a partire dall’estate del 1943. In particolare, fu soltanto lo sfondamento definitivo della “Linea Gotica” avvenuto con l’offensiva di primavera lanciata dal generale Clark a consentire il 25 aprile l’insurrezione generale lanciata dalle formazioni partigiane, senza dimenticare che già dal 14 di quel mese i tedeschi erano in precipitosa ritirata. Il contributo dei partigiani, in un anno e mezzo di guerra sul territorio del Centro-Nord, fu certo importante, ma enfatizzato e reso simbolicamente fondamentale dall’intera classe politica italiana per dare l’idea di un paese che si era liberato con le proprie forze, in realtà rimase sempre secondario rispetto all’asse centrale della guerra. La sostanza della Liberazione come conquista delle Forze alleate fu determinante per la storia successiva d’Italia, perché allontanò le mire egemoniche di Stalin e fece sì che nel paese venisse impiantato un modello istituzionale  complessivamente in sintonia con i regimi rappresentativi occidentali.

La seconda verità – eterno “segreto di Pulcinella” per tanti che rifiutano ancora di vederla – è che la Resistenza italiana non fu un fenomeno unitario, ma un’aggregazione tra varie anime unite al momento dal nemico comune, ma rimaste inevitabilmente divise in molti aspetti essenziali. In particolare tra le formazioni partigiane che facevano capo a strutture partitiche e ideologiche (comuniste, socialiste) e quelle che si formarono per un movente patriottico, etico, religioso (la Resistenza militare, quella cattolica, quella monarchica e liberale). Le prime intendevano la guerra partigiana come premessa di una rivoluzione politica, e gran parte dei suoi aderenti guardava come modello alla dittatura comunista sovietica. Il confronto tra i due poli della Resistenza, al di là del coordinamento concesso allo sforzo bellico, fu netto e anche duro, e sfociò in episodi tragici, come quello dell’eccidio di Porzûs nel febbraio 1945, a soli due mesi dal 25 aprile. Fu solo grazie alla presenza sul territorio dell’armata angloamericana e grazie alla maggioranza degli italiani con le elezioni del 1946 e del 1948, che i partigiani socialcomunisti non riuscirono a realizzare il loro obiettivo, che non era certo la democrazia nel senso liberale e occidentale del termine.

La terza verità deriva direttamente dalle prime due. La democrazia pluralista è rinata in Italia a partire dal 1944, ed è stata sancita poco dopo dalla Costituzione repubblicana, grazie agli angloamericani e alla Resistenza militare, patriottica, cattolica, monarchica e liberale. L’antifascismo, dunque, pur essendo necessariamente alla base in quanto il regime mussoliniano era stato la negazione della democrazia liberale, non ne esaurisce assolutamente i fondamenti ideali, che sono più ampi e condivisi, quelli naturali, in cui si identificava la vera cultura liberale, cristiana e socialista. 

Non a caso la Carta repubblicana non nomina mai l’antifascismo come base dell’ordinamento italiano se non nella Disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito che aveva instaurato il precedente regime, mentre pone chiaramente come suoi principi fondamentali la sovranità popolare, bilanciata dalla limitazione e divisione del potere, i “diritti inviolabili dell’uomo”, l’uguaglianza davanti alla legge e le libertà civili sedimentate in secoli di tradizione costituzionale.

Al di là di tutta la narrazione faziosa, il senso politico del 25 aprile non può essere altro che quello del rifiuto di ogni regime autoritario e totalitario, senza pretese assolutiste, e dunque la fondazione della libertà sulla resistenza sia al fascismo e al nazismo sia alle minacce illiberali del comunismo. Oggi questa celebrazione andrebbe intesa anche come ferma opposizione ad ogni nuova ideologia che pretenda di costruire con le buone o con le cattive l’umanità nuova, il paradiso in terra, come quelle che vediamo attualmente propugnate da certe élite progressiste occidentali.

Insomma un 25 aprile di democrazia come vero esercizio di stile che non tutti si possono permettere. 

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