LOKKIOdiFlavioLenardon
Tendenza

SUICIDIO: “missione compiuta”

Un caso di coscienza

editoriale di Flavio Lenardon. Eppure c’è un che di incompiuto pensando alla morte delle gemelle dalle lunghe e sinuose gambe di una TV che in-cantava ed insegnava ad un’Italia per lo più analfabeta.
C’è la mano lunga di un desiderio di fama, di successo senza fine, una generazione che non si è bastata. Una generazione che non generativa di e ritrovata vuota di fronte alle inevitabili rughe segno di un declino inesorabilmente definitivo e forse per questo inaccettabile.

Perciò un’uscita di scena in coppia, come in simbiosi per 80 anni lo sono state loro, usate ed abusate commercialmente da un tritatutto che ritrovandosi con un doppio capitale umano da sfruttare per meglio riempire lo schermo, non si è fatto sfuggire la ghiotta occasione.

Ma la coppia ha cercato questo, la coppia ha sofferto per questo, venendo al mondo in un momento drammatico della metà del secolo delle guerre, a cavallo di esse.
Un momento nel quale la parola d’ordine per qualsiasi essere umano era sopravvivere, a qualunque costo, testa bassa e lavorare duramente per uscire dalla povertà e dagli stenti. Per moltissimi questo era l’obiettivo imprescindibile della propria vita, ricostruire per dimenticare e per riuscire nuovamente a sorridere.
Le belle gemelle erano la realizzazione incarnata del riscatto socioeconomico e culturale. Erano bellissime, inarrivabili, sorridenti e compunte in una moralità coperta comunque di lustrini e paillettes.


Il loro era un successo che, per transfert, aveva per chiunque il significato di aver vinto sulla distruzione. Un compito enorme svolto con la naturalezza di una canzonetta con le movenze un po’ chic e un po’ osé, per l’epoca. Ma quell’epoca è tramontata, svanita, fagocitata da un mondo televisivo che da un piccolo trotto iniziale, ha poi cominciato a galoppare furiosamente, lasciando un baratro incolmabile in chi su quell’immagine di giovane invincibilità aveva costruito tutto. Un colosso dai piedi d’argilla! Perché quando il progetto è raggiunto, quando una missione è terminata, quando le luci della ribalta si spengono, se non ci sono solidità la domanda che sorge dal profondo è: ed ora?

Quando tutto è fondato solo sulla bellezza e l’ammirazione di terzi volubili e ammaestrati, diventa difficile sostenere a lungo la decadenza; la bellezza, la fama, il successo sono investimenti a rischio, fragili e temporanei, per lo più fondati sullo guardo degli altri che sono il nostro specchio più crudele. Su questo tema la letteratura non ha mai fatto sconti consegnandoci capolavori crudeli come ad esempio Dorian Gray o per rimanere in patria chi non ricorda il Mastro-don Gesualdo, dove l’accumulo procura inquietudine, fino alla disperazione finale per la “roba che non può portare nella tomba”.
Il moto psicologico è il medesimo. Se nostra identità dipende integralmente da un bene che passa, quando quel bene scompare, l’identità stessa svanisce.

Ed infine l’horroe vacui, le meravigliose gemelle non hanno avuto il bene del generare che significa proiettarsi oltre sé stessi, ma non solo nel generare figli, ad alcune persone questo dono può essere malauguratamente negato dalla natura stessa, eppure vi sono generazioni spirituali, la letteratura anche in questo caso da una mano d’aiuto, nei Promessi Sposi, Padre Cristoforo vive di donazione, non di accumulo, in una sorta di paternità spirituale, in fin dei conti è il racconto dim vita dei nostri frati minori ad esempio. Alyosha Karamazov (Dostoevskij) contrariamente ai fratelli che vivono per il potere, ragione assoluta o desiderio resiste al dolore perché “vive per l’altro”. Generativi erano anche quei partigiani che scrissero all’alba della fucilazione: la vita valeva la pena di essere vissuta.

Consegnavano il testimone, lo passavano nelle mani delle generazioni future. La morte inevitabile era sacrificio, non rassegnazione o il nulla. Una super-generatività che evita l’immersione totalizzante e introiettante dello stato narcisistico: la vita continua nel futuro che si consegna, non solo nel presente che si consuma.


Vivendo solamente nel “qui ed ora”, senza un orizzonte cosa resta alla fine, dopo il compimento di una missione che ha evidenziato il benessere, il successo e l’ammirazione?
Questo momento, lungi dal giudicare una scelta personale, dovrebbe far riflettere Forse dovremmo pensare che resta solo ciò che si è generato: persone, valori, opere, continuità. Per questo che una civiltà che non pianga o non gridi che la vita vale la pena di essere vissuta sempre è una civiltà senza futuro.

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