Attualità

Scomparso a 90 anni Massimiliano Cencelli, il padre della spartizione dei ruoli politici

L'ombra della sua “opera” anche sulla politica locale: se ne va l’uomo, ma nei nostri comuni il suo "manuale" gode ancora di ottima salute, anche se non tutti lo conoscono

Editoriale di Bruno Robello De Filippis. Ho scelto per questo editoriale una vecchia (ormai) fotografia di uno dei miei primi consigli comunali ad Albenga di circa 16 anni fa o giù di lì;giovane, magro e in salute, ricoprivo il ruolo di capogruppo di maggioranza e, probabilmente, quell’ incarico lo ho ottenuto grazie al “manuale” di Massimiliano Cencelli che si è spento ieri a Roma, all’età di 90 anni; potrebbe essere un nome che ai più giovani e, probabilmente ad una buona percentuale di consiglieri comunali e assessori d’ultima generazione della nostra provincia,dice poco o nulla. Eppure, se oggi molti di loro siedono su una poltrona amministrativa, indossano una fascia da sindaco o gestiscono una delega strategica nel comprensorio, lo devono proprio a lui. O, meglio, alla geniale e, se vogliamo, cinica invenzione che da lui prese il nome: il Manuale Cencelli.  

Facciamo un piccolo ripasso per i “civici” dell’ultima ora. Correva l’anno 1968 circa, Cencelli, allora giovane ed eclettico funzionario politico della Democrazia Cristiana nella corrente di Adolfo Sarti, inventò quasi per gioco una formula matematica; l’obiettivo? Assegnare ministeri, sottosegretariati e presidenze degli enti pubblici non in base alle simpatie o alle vaghe “competenze”, ma pesando al milligrammo le percentuali di voto raccolte da ciascuna corrente di partito.

Nacque così la “scienza della ripartizione”, un’algebra politica che trasformava i voti in posti a sedere. Quella che doveva essere una boutade divenne la legge non scritta della Prima Repubblica per evitare che i correntisti della DC si sbranassero tra loro ad ogni crisi di governo.

Direte voi roba da “Prima Repubblica”, storia d’altri tempi, oggi ci sono le liste civiche, il merito, la competenza… direi proprio di no.

Basta farsi un giro nei consigli comunali di Albenga, Alassio, Ceriale o dei borghi dell’entroterra nei giorni cruciali in cui si varano le giunte dopo le elezioni, Il nome di Cencelli non viene mai pronunciato, sia mai scalfire il racconto del “progetto per il territorio”, ma il suo mito si aggira minaccioso tra i tavoli delle trattative.

Succede puntualmente: “Io ti porto tre consiglieri e il 12% della lista, quindi pretendo l’Urbanistica e un posto nel CdA”; “Alla minoranza “interna” diamo la delega al Commercio e una vicepresidenza, così stanno buoni”; “Quel candidato non sa distinguere un tubo dell’acquedotto da un cavo della fibra, ma ha preso 400 preferenze: deve fare l’assessore ai Lavori Pubblici”.

I simboli di partito cambiano, le casacche si trasformano in un fiorire di loghi colorati e slogan sulla freschezza dei giovani, ma il metodo per distribuire le deleghe rimane immutato da sessant’anni. Si chiama matematica della stabilità, o per i più anziani il Cencelli applicato.

La verità è che Massimiliano Cencelli, forse senza volerlo, aveva capito prima di tutti la natura profonda della politica italiana a ogni latitudine: senza un bilancino di precisione che accontenti le ambizioni personali e i pesi ponderati dei pacchetti di voti, nessuna maggioranza regge. Né a Palazzo Chigi, né nella sala consiliare di un comune di tremila anime.

Ieri l’uomo si è spento a 90 anni. Ma mentre i giornali nazionali ne tracciano il ricordo nostalgico, anche nel nostro ponentel’algoritmo” Cencelliano” continua a girare a pieno ritmo. 

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