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Tendenza

Le istituzioni durano molto più dei governi

Da una parte c’è chi presenta la riforma come una minaccia all’indipendenza della magistratura; dall’altra chi la descrive come una rivoluzione ineludibile per ristabilire gli equilibri nel processo penale

di Flavio Lenardon. Analisi di un referendum che, come sempre negli ultimi anni, assume più un carattere politico piuttosto che mantenere il suo ruolo di “voce” dei cittadini. Si dovrebbe rendere anche più accessibile la comprensione dei quesiti, ciò promuoverebbe l’interesse e anche la reale azione di voto, secondo coscienza e non secondo i dettami della propria parte politica. 

Una parte del referendum si propone la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri ed è una questione che, in Italia, torna ciclicamente e prepotentemente nel dibattito pubblico, ma il confronto, come anticipato, finisce per caricarsi di toni ideologici che non aiutano molto a capire davvero di cosa si stia parlando. 
Da una parte c’è chi presenta la riforma come una minaccia all’indipendenza della magistratura; dall’altra chi la descrive come una rivoluzione ineludibile per ristabilire gli equilibri nel processo penale.

Come spesso accade nelle questioni istituzionali, la realtà è più lineare e semplice. Il referendum di marzo non riguarda un governo, né una maggioranza parlamentare, né una stagione politica. I governi passano, le maggioranze cambiano, i leader si alternano. Le istituzioni invece restano. Le regole che definiscono l’equilibrio tra i poteri dello Stato hanno una durata molto più lunga di qualsiasi ciclo politico. Per questo il voto su una riforma della giustizia dovrebbe essere affrontato con uno sguardo più ampio e lungimirante rispetto al dibattito e alle scaramucce quotidiane. 
Non si tratta di sostenere o punire un governo che tra qualche anno potrebbe non esserci più. La decisione presa in un referendum, invece, è destinata a incidere in questo caso sul funzionamento della giustizia e quindi sulla vita civile del Paese per molti anni, indipendentemente da chi siederà a Palazzo Chigi. Ci dimentichiamo che, a torto o a ragione, il referendum sul nucleare del 1987 ha conseguenze che si ripercuotono ora, dopo tanti governi e dopo mille vicissitudini. 

Per capire la questione occorre comprendere che l’assetto unitario della magistratura italiana affonda le sue radici in una tradizione giuridica continentale di molto precedente alla nostra Repubblica. Un modello in cui il pubblico ministero (PM) non era ideato come una vera parte all’interno del processo, bensì un organo dello Stato che concorreva alla funzione giuridica assieme al giudice. Questo schema venne ribadito anche durante il regime fascista con la riforma dell’ordinamento giudiziario del 1941 promossa dal Ministro della Giustizia Dino Grandi. In quel contesto l’unità della magistratura era coerente con una visione dello Stato fortemente centralizzata, nella quale pubblico ministero e giudice appartenevano allo stesso corpo istituzionale e recitavano pressoché la stessa parte all’interno del processo.

Quando nel 1948 nacque la Costituzione della Repubblica, il sistema rimase com’era. Ma la scelta dei padri della Costituzione non fu nostalgica né peregrina, essa nasceva dalla volontà di garantire l’assoluta indipendenza della magistratura dal potere politico dopo l’esperienza autoritaria appena conclusa. L’idea era che anche il pubblico ministero dovesse essere tolto da qualsiasi controllo del governo.

Nel corso del tempo però il processo penale è cambiato e in modo sostanziale con il codice Vassalli del 1988. Sistema che si è avvicinato ad un modello accusatorio, dove il processo diventa il luogo di un confronto tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. Ed proprio l’equilibrio del contraddittorio tra le parti dovrebbe garantire la formazione equa della decisione. Impostazione che è stata rafforzata con la riforma costituzionale del 1999 che ha introdotto il principio del giusto processo.

Il processo funziona sempre di più come un confronto tra accusa e difesa, ovviamente, ma l’ordinamento continua a prevedere una magistratura unitaria, nella quale giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e condividono lo stesso percorso professionale. Proprio questa tensione genera il dibattito attuale ed è un modello che molti giuristi definiscono ibrido.

Chi si oppone alla separazione delle carriere teme che la distinzione tra giudici e pubblici ministeri possa indebolire l’indipendenza dell’azione penale e aprire spazi a possibili pressioni politiche. È una preoccupazione che non può essere liquidata con disinteresse, ma rimane comunque nel campo delle ipotesi e il compito del legislatore è sempre subordinato all’impossibilità di coprire tutte le azioni possibili, prevedibili e soprattutto quelle inimmaginabili. Tutto perché l’autonomia della magistratura è e rimane uno dei pilastri dello Stato di diritto e ogni riforma deve muoversi con prudenza in questo terreno.

Resta una domanda di fondo che merita di essere posta con decisa serietà: se il processo penale è strutturato come un confronto tra accusa e difesa, è davvero coerente che chi accusa e chi giudica appartengano allo stesso ordine professionale? 
Dunque la separazione delle carriere anche se non è la soluzione magica per gli enormi problemi della giustizia italiana, che riguardano: durata dei processi, organizzazione degli uffici, risorse disponibili, ecc. introduce una distinzione chiara tra i ruoli del processo: il pubblico ministero come parte dell’accusa, la difesa come controparte e il giudice come arbitro imparziale chiamato ad applicare la legge.

Una cosa è certa, ma non è stata compresa oppure è stata strumentalizzata politicamente, non si tratta assolutamente né di una rivoluzione, né tantomeno di un attacco alla magistratura. In una democrazia moderna ed evoluta la fiducia nella giustizia non nasce esclusivamente dall’indipendenza dei magistrati, dalla chiarezza dei ruoli e da una vera percezione di equilibrio tra le parti.

Per questo il referendum del 22/23 marzo dovrebbe essere guardato con uno sguardo più ampio e non ideologico. Non è una battaglia tra partiti e non è un giudizio diretto a chi governa oggi. 

È una scelta sul modo in cui immaginiamo l’equilibrio del processo penale nei prossimi decenni, proprio perché le istituzioni durano molto più dei governi, quindi è d’obbligo affrontarla con la serenità e la responsabilità che meritano le decisioni destinate a segnare la vita civile di un Paese per molti anni a venire.

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