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Tendenza

“La politica è come un taxi: si sale, si scende e si paga”. E. Mattei 

La Tragicomica classe politica italiana

di Flavio Lenardon. Provo a riflettere nel tentativo di fare chiarezza su fenomeni che, da oltre 60 anni, funestano il nostro sfortunato Paese, vittima incolpevole delle furberie, nel migliore dei casi, di una classe politica, che ha avuto la capacità e la forza di snaturare il ruolo di quello strumento essenziale ed indispensabile per far funzionare correttamente la democrazia: il “partito politico”.

Il destino dell’Italia e dell’Europa è nelle mani di una infinita serie di “acchiappacadreghe”, ma non l’ha deciso la maggioranza degli italiani, bensì una classe politica, nessuno escluso, attraverso modalità di comportamento e attività specifiche e pilotate, diverse da soggetto a soggetto.

Tutto questo perchè sono svariati decenni che lo strumento “partito politico”, sancito dall’articolo 49 della Costituzione, è in crisi e pare che nessuno voglia accorgersene e prenderne atto, anzi! nessuno agisce perché, a pioggia è utile a molti, moltissimi. D’altra parte già Mattei, poi mancato nelle circostanze che tutti conosciamo, diceva: “La politica è come un taxi: si sale, si scende e si paga”.

All’inizio degli anni Ottanta, io ragazzotto di paese ricordo che con l’arrivo del dialogo politico scolastico radicato, anche nella profonda periferia della balena bianca, si diede inizio ad una discussione sulla questione dei partiti politici, anche molto avvincente ed interessante, se non fosse che erano già allora lontani dalla “pancia” del paese, con quei soliloqui di parlatori con il microfono, che pontificavano sulla crisi delle ideologie e dove si attribuiva gran parte delle colpe dei mali della Penisola alla disaffezione delle istanze che sottendono alla vita ed all’azione dei vari organismi politici, ovvero tutte quelle azioni che comportano il far sopravvivere o meno, io dico in un’animazione sospesa, tutti quei politici che sono appesi al partito, qualunque partito, non per credo ideale, ma per interesse personale. 

Ad andare in crisi, ora come allora, è proprio la politica del partito che, privato oramai del collante in grado di tenere insieme le persone, ovvero l’ideale, il principio ispiratore e fondante, perde di presa sulle persone che non trovano più in esso un’identità originaria ed originale, nè tantomeno un’onestà, anche solo intellettuale. 

Se però ci si pensa bene, la nostra Repubblica ha iniziato a dare i primi segni di cedimento quasi da subito, finite le spinte economiche del dopoguerra, con l’inizio della crisi economica, a seguire gli anni di piombo e a finire Tangentopoli. Quanto è capitato dopo è la logica conseguenza della gestione folle, pura e furba, del potere di una classe politica incapace di leggere il futuro con azioni e scelte adeguate. Perché tutti, nessuno escluso, hanno contribuito a badare ai propri interessi, ignorando, ancora una volta che la macchina istituzionale e politica, ormai in disuso, andava aggiustata dall’interno.

Detto ciò come far tornare gli elettori alle urne è compito dei nostri politici e dei, si spera prima o poi rinnovati, “partiti politici”; ridare fiducia Vera alle persone che per strada a capo chino pensano con angoscia a come far quadrare i conti di un affitto che si mangia uno stipendio e decidere se curarsi o mangiare, non sarà facile per chi invece avanza baldanzoso e spavaldo, senza vergogna, pensando quale sarà il prossimo ente in cui sarà impiegato, in quale CDA sarà coinvolto e a quale sarà il modo migliore per trascorrere le vacanze. 

Due mondi distanti e dilatati si può dire all’infinito che per incontrarsi hanno necessità di onesto impegno civile del preminente. 

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