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Tendenza

La bellezza di Briga Alta, un paese da scoprire sulle Alpi Marittime

Ci sono definizioni a cui si ricorre talmente spesso da renderle prive di significato. Pensiamo agli aggettivi unico, speciale… Non c’è luogo, paese, borgata che non si autodefinisca tale. E così, ciò che è davvero speciale, fa fatica a emergere. Un esempio? Briga Alta.
Briga Alta è il nome di un Comune ma non di un paese. A formarlo sono tre centri abitati che si chiamano Piaggia, Upega, Carnino. Briga Alta ha una gemella in territorio francese, La Brigue, da cui è stata separata al termine del secondo conflitto mondiale. Briga Alta è il cuore della terra dei brigaschi, popolo di pastori con una propria parlata e una propria cultura.
Briga Alta è un Comune piccolissimo, una decina di residenti nel periodo invernale, che in estate si riempie di turisti ma soprattutto di villeggianti che tornano nel paese di origine. Briga Alta fa parte amministrativamente del Piemonte, ma l’anima è più ligure che piemontese, e d’altronde il capoluogo di riferimento, Cuneo, se ne sta a oltre cento chilometri di distanza, mentre Imperia è a meno di cinquanta chilometri. Briga Alta, tra Parco (del Marguareis) e siti Natura 2000 ha la quasi totalità del proprio territorio sottoposto a tutela.
E che Briga sia un posto speciale lo testimonia il fatto che la sua storia di paese diviso a metà tra Italia e Francia, ispirò la realizzazione di un film famoso, “La legge è la legge”, girato nel 1958 dal regista Christian-Jaque e presentato nello stesso anno al Festival di Berlino, in cui il doganiere francese Ferdinand Pastorelli (Fernandel) si trova a fronteggiare il contrabbandiere napoletano Giuseppe La Paglia (Totò).
Dal 2020 sindaco di un paese così particolare è Federica Lanteri, insegnante.

Lanteri, storico cognome brigasco…
Mio padre è nato nel 1938 a Piaggia e risultava nato a Briga Marittima, quindi prima che il referendum decretasse il passaggio di Briga alla Francia.
Io sono nata a Sanremo, città di origine di mia madre. I miei gestivano l’albergo del Redentore a Monesi. Quando si è trattato di partorire, per mia madre è stato naturale scendere su Sanremo, dove aveva la sua famiglia, piuttosto che su Ceva, che comunque era molto più scomoda da raggiungere. Io a neppure un mese di vita ero già uno degli abitanti di Piaggia. Ho fatto le scuole a Piaggia, c’era una pluriclasse con sei alunni. Poi per le medie ho dovuto fare il balzo e andare a Ormea. Ci prendevano con il pulmino, un viaggio di 45 minuti in andata e al ritorno. Alle superiori sono dovuta andare in collegio a Mondovì, tornavo a casa nei fine settimana. Poi mi sono trasferita a Garessio, dove vivo tutt’ora.

Briga, una minoranza, brigasca, nella minoranza occitana. Una storia, una cultura, da cui partire per immaginare un futuro dell’alta Valle Tanaro?
Chi frequenta Briga, che sia originario del luogo o che sia un villeggiante che ha comprato una seconda casa in zona, ha ben chiaro quanto un paese come il nostro sia speciale.
Oltre che per la natura, per il clima, per la posizione “fuori dal mondo”, piacciono molto le tradizioni. Non a caso l’associazione culturale “A Vaštéra” è così attiva e vitale. C’è poi un gruppo, forte soprattutto a Upega, che ha fatto molti studi sulle tradizioni, sui costumi, sulla storia locale. Di recente ha ricevuto in donazione una casa, ancora integra nella struttura e negli arredi, che diventerà una casa-museo.
Certo ci sono elementi che si vanno perdendo. Penso alla lingua, che è sempre stata un grande collante. Io stessa non parlo in dialetto. In famiglia ci si esprimeva in brigasco, ma io, per una scelta dei miei, rispondevo in italiano. Capisco benissimo il brigasco, è la mia seconda lingua, ma lo parlo poco.
Da un punto di vista culturale, è evidente che i legami con la Liguria sono molto forti. Per ragioni geografiche, i rapporti più stretti, rispetto ai paesi confinanti, sono con Mendatica, Cosio, piuttosto che con Limone o Roccaforte. Con i primi oggi condividiamo il progetto della Strada della cucina bianca, una cucina di tradizione che nulla ha a che vedere ad esempio con la polenta bianca che si fa a Garessio. È una iniziativa della Regione Liguria e della Provincia di Imperia, nata nel 2002, che ha portato alla creazione di una associazione che da pochi mesi ha accettato di accogliere tra i propri soci anche Briga Alta, comune piemontese, e La Brigue in Valle Roya.

Quali elementi caratterizzano la cucina bianca?
È una cucina povera, basata su farina, patate, formaggio, risorse base dell’alimentazione di montagna. Il piatto forte è quello dei sugeli al bruss, sorta di orecchiette, un po’ più grandi, condite con olio, burro, bruss e aglio. Il bruss ha un sapore molto forte che non a tutti piace, nei ristoranti dunque per ragioni più che comprensibili può essere proposto senza questo ingrediente tradizionale.
Altro piatto tipico è patate ‘n la foglia. In realtà la foglia non è quel che verrebbe naturale pensare, ma una teglia. La ricetta prevede l’utilizzo di patate tagliate a fette, burro, latte, formaggio, cipolle, il tutto mescolato e fatto cuocere nel forno a legna. Un tempo si utilizzavano i forni comunitari. A Piaggia ce ne sono tre, due a Upega e due a Carnino, tutti ancora perfettamente funzionanti.
Tutti e quattro gli esercizi commerciali del comune, la Locanda di Upega, la foresteria di Carnino, il rifugio Don Barbera, l’affittacamere di Piaggia, che fa anche home cooking, sono molto attenti a proporre piatti della tradizione.

Oltre che sul turismo, su che cosa sta puntando il Comune per il futuro?
Sto puntando – è più giusto dire: stiamo puntando, perché faccio riferimento non solo alla mia persona ma a quanti sono impegnati con me nell’amministrazione del Comune – sul turismo in natura, sull’outdoor. Buona parte del nostro territorio è parte del Parco del Marguareis, come conformazione, flora, fauna, Briga ha caratteristiche assolutamente eccezionali. Il nostro principale target di riferimento è il turismo familiare alla ricerca di una vacanza tranquilla, ma anche il turista attivo, che vuole fare escursionismo, arrampicata, mountain bike in estate piuttosto che lo scialpinismo o ciaspolate in inverno. Senza dimenticare la speleologia, attività per pochi ma comunque molto importante.
È venuto il momento di mettere a sistema tutte queste opportunità. Un percorso avviato da tempo, che ha avuto una lunga battuta d’arresto a causa della frana che ha isolato Briga per cinque lunghi anni.

In campo turistico, un ruolo importante ce lo ha la Limone-Monesi.
Per noi la ex strada militare Monesi-Limone è l’infrastruttura per eccellenza e anche la base del potenziale sviluppo di altre attività di fruizione del territorio. Va però detto che il periodo di apertura è limitato, tra giugno e ottobre, e dunque dobbiamo porci il problema di come rendere attrattivo il nostro territorio tutto l’anno. Se la Monesi-Limone, che per circa la metà dei suoi quaranta chilometri si sviluppa sul territorio di Briga, viene presentata e utilizzata come una specie di autostrada che dalla montagna scende al mare, non possiamo non pensare di trarne grandi benefici. È come far scorrere il traffico lungo una tangenziale che taglia fuori il centro. La nostra amministrazione vuole che la Monesi-Limone sia un mezzo per far conoscere il territorio di Briga nel suo insieme, sia un volano per l’economia locale. Per far ciò bisogna cambiare il modo di presentare questa strada in quota, e puntare a un pubblico che non è esclusivamente o quasi quello delle moto e dei fuoristrada. Vogliamo, come altri Comuni confinanti, cito il caso di Mendatica, riattivare i vecchi sentieri, realizzare piste per la bici, in modo da ampliare l’offerta.
Dunque la Monesi-Limone è per noi molto importante, ma non può essere solo una via di passaggio. Altrimenti nessuno saprà mai dell’esistenza di borghi ricchi di storia come Upega, Piaggia, Carnino, e non ci sarà alcuna ricaduta a favore degli operatori che ci lavorano, tra mille difficoltà.

Solo una questione di maggior informazione, o anche di tipologia del fruitore? Il motociclista sfila via molto più velocemente del ciclista, difficile che si fermi in zona…
Negli anni passati si è molto enfatizzato il messaggio di andare dalla montagna al mare in un battibaleno. È un approccio sbagliato, bisogna puntare su un turismo lento, che sappia apprezzare nel loro insieme i territori che vengono visitati. Noi avremo forse meno motivi di richiamo rispetto a località come Limone, ma stiamo lavorando per accrescere l’attrattività e abbiamo bisogno di essere supportati anche attraverso una promozione che non sia mirata al turismo mordi e fuggi.

Non mancano le strutture?
A Upega c’è un campeggio che funziona benissimo, sulla cui area il Comune è intervenuto per lavori di adeguamento e che insieme alla Locanda assorbe la gran parte dei visitatori. A Piaggia abbiamo ristrutturato l’edificio del Municipio creando all’interno degli spazi da dedicare all’accoglienza. Poi c’è da dire che camere e alloggi che i privati mettono in affitto difficilmente restano vuoti. A Carnino c’è la foresteria che con il Rifugio don Barbera accoglie i turisti dell’alta Valle Tanaro. Ed è raro trovare una casa da comprare, perché i proprietari mantengono un legame forte con Briga e frequentano abitualmente le loro seconde case. La villeggiatura di un tempo, che quasi dappertutto si è persa, qui è ancora una realtà ben presente.

Da dove arrivano i turisti?
Molti sono liguri, ed è naturale se pensiamo che da Imperia a noi ci sono meno di cinquanta chilometri, mentre per arrivare dal versante piemontese le distanze sono ben altre… In generale il richiamo di paesi di montagna a pochi chilometri dal mare è molto forte, e devo anche dire che per noi, come per molti altri centri simili a Briga, il Covid ha avuto sotto il profilo turistico un effetto positivo, con la riscoperta di luoghi dietro casa che erano stati un po’ dimenticati.

Per far rivivere i paesi di montagna il turismo non basta. È d’accordo?
Briga come tanti paesi di montagna dalla fine della seconda guerra ha subito una diaspora, oggi le persone che vivono stabilmente in uno dei centri abitati è davvero molto ridotto. Ma se guardo al futuro, qualche ragione di ottimismo c’è. Penso al fatto che Briga ha ben due associazioni fondiarie, una a Carnino e una a Upega, che hanno rivitalizzato il settore della pastorizia. C’è tutta una economia da rimettere in moto, le potenzialità ci sono.

Qual è la sua visione della montagna del futuro?
Il territorio va innanzitutto tutelato. Il rispetto della natura molto spesso è più teorico che pratico. I flussi turistici vanno guidati. Ad esempio sarebbe importante una maggiore destagionalizzazione e un nuovo approccio rispetto alle attività da praticare. Non c’è più una montagna dell’inverno, intesa come stagione dello sci, e una montagna dell’estate, che è quella delle passeggiate. Ormai, anche quale conseguenza dei cambiamenti climatici, molte pratiche possono essere sviluppate per buona parte dell’anno. E ci vuole attenzione per le nicchie di fruitori. C’è gente che in autunno parte per gli Stati Uniti per godersi il periodo del foliage (momento autunnale del mutamento dei colori delle foglie, ndr). Se solo sapessero che esplosione di colori è l’autunno da noi… E vogliamo parlare della fioritura di inizio estate dei rododendri? Ci sono interi versanti rosso fuoco. Naturalmente per sviluppare una proposta convincente, ognuno deve fare la sua parte: il Comune sostenendo l’iniziativa privata, il privato attraverso investimenti nelle strutture di accoglienza e l’offerta di servizi.

Non pensa che per le aree marginali sia necessario anche un riordino amministrativo, ad esempio puntando ad accorpamenti tra i Comuni che hanno poche decine di residenti?
Non c’è nulla di più drammatico per il cittadino che sentirsi lontano dalle istituzioni. Briga ha un territorio di 53 chilometri quadrati, in assenza di una amministrazione fortemente legata al suo territorio, a un territorio fra l’altro così vasto, si rischia che la marginalità di certe aree diventi ancora più grande. Servono risposte immediate, servono servizi, perché anche chi è rimasto tende ad andarsene.

Che cosa significa nella pratica fare il sindaco di Briga?
Significa fare poca politica e occuparsi di tante cose, spesso molto pratiche. Un esempio: se il Comune deve comprare un nuovo mezzo, ti farai aiutare da un consigliere più competente di te e dall’operaio comunale, ma alla fine spetta a te decidere. Non credo che questo valga per il sindaco di città più grandi… Ci vuole grande concretezza.

Che cosa si aspetta dal Parco?
Noi siamo un territorio un po’ staccato rispetto al cuore pulsante del Parco del Marguareis e ancor di più delle Aree Protette delle Alpi Marittime.
Nel tempo, certe incomprensioni di vario genere sono venute meno. Senza dubbio certe rigidità, certi vincoli che sono propri di un’area protetta, talvolta sono un po’ difficili da digerire. Ma a parte ciò, oggi i rapporti con chi rappresenta l’Ente sul territorio – mi riferisco ai guardaparco – sono ottimi, così come quelli con chi fa parte del Consiglio.
Vedrei bene un maggiore impegno del Parco nelle attività di informazione e di animazione a favore dei turisti, ma in generale non mi pare che esistano particolari criticità. L’importante è che ci sia da parte tutti la disponibilità a lavorare insieme per il bene del territorio. E mi pare che da questo punto di vista siamo sulla buona strada.

Fonte: https://www.areeprotettealpimarittime.it/

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