Il silenzio di Ferragosto, i “falliti” e la quiete imperfetta
Tra incertezze economiche, etichette da quattro soldi e relazioni liquide: la parabola di un’estate vissuta nella ricerca del sollievo

Editoriale di Bruno Robello De Filippis. Ferragosto arriva sempre con la pretesa di essere una parentesi di felicità obbligatoria, una pausa dorata in cui il mondo dovrebbe finalmente fermarsi e tutti dovrebbero mostrare il loro miglior profilo vincente e felice. Ma guardando fuori dalla finestra, o dentro le nostre case, la realtà racconta una storia diversa.
Viviamo un’epoca stanca, oppressa da una situazione economica che soffoca i progetti sul nascere e da un senso diffuso di insicurezza che sfilaccia la nostra quotidianità. A complicare tutto c’è un caldo anomalo, soffocante, che rende anche il semplice respiro un atto di resistenza, persino le relazioni umane sembrano aver perso i loro contorni tradizionali: ci ritroviamo in dinamiche paradossali, quasi grottesche, dove persino l’amicizia assume forme distorte, indefinite e quindi per “farti un piacere”, arrivo perfino a farti del male, dove la politica, sia locale che nazionale, trasforma il concetto di contrapposizione per divenire scontro crudo e brutale.
In questo teatro di comparse pronte a giudicare, ultimamente mi è capitato di sentirmi dare del “fallito”. Al di là che lo sia o meno, mi pare una parola buttata lì con la spocchia di chi misura la vita altrui con il metro dei propri ridicoli standard. Ma sapete cosa c’è di provocatorio? Che in una società malata di performatività tossica, dove bisogna sempre mostrare di essere al top, essere definiti “falliti” da certi personaggi diventa quasi una medaglia al valore.
A questo scenario si aggiunge la misura strettamente personale. Per me questo Ferragosto non ha il sapore dei viaggi o delle spiagge affollate, ma quello delle mura di casa, vissuto a ritmo lento a causa di problemi di salute che mi tengono fermo ormai da mesi. È una questione di semplice, profonda e sacrosanta stanchezza: c’è un momento in cui bisogna smettere di rincorrere le aspettative altrui per reclamare, finalmente, il diritto al silenzio e alla riflessione seppur forzata. Se rallentare e prendersi cura di sé significa essere un “fallito”, allora rivendico con orgoglio questa etichetta.
Schopenhauer diceva che la solitudine è la sorte degli spiriti eletti e che solo nella solitudine c’è la vera libertà. Ma la teoria, quando la si vive sulla propria pelle, sfuma. La verità è che io non mi sento affatto solo; la rete dei miei affetti autentici esiste, così come esiste la mia presenza nel mondo. Semmai mi sento libero. La vera libertà non sta nel compiacere i leoni da tastiera o i giudici improvvisati, ma nel potersi fermare e dire “basta” ai ritmi e alle ipocrisie imposte dagli altri.
È proprio da questa condizione di immobilità che affiora una consapevolezza amara, ma incredibilmente lucida. Giacomo Leopardi lo aveva capito con secoli di anticipo: la nostra condizione umana sembra ormai ridotta a una ricerca di serenità e felicità in negativo. Non siamo più abituati a inseguire la gioia come raggiungimento di un traguardo positivo. La nostra idea di “stare bene”, del “provare piacere” si è ridimensionata, riducendosi quasi esclusivamente alla cessazione di un dolore. Il benessere è diventato un momento di tregua, l’assenza di un male, la semplice pausa tra un affanno e quello successivo: si prova piacere quando ti senti meglio di salute e l’antidolorifico fa effetto, quando finisci di pagare le rate della macchina, quando i ragazzi smettono di fare rumore di notte sotto casa tua, quando dal caldo afoso si passa al “fresco”, quando il silenzio prende posto del fastidio.
Eppure, proprio in questo vuoto, in questa estate passata a difendersi dall’ afa, dalle amarezze, dal giudizio sommario della gente e dalla malattia, possiamo trovare un senso nuovo per questo giorno.
Augurare Buon Ferragosto oggi non significa augurare fuochi d’artificio o spensieratezza di maniera. Significa augurarci la capacità di ritrovare la pace anche nelle piccole tregue. Significa rivendicare il diritto alla stanchezza, alla verità dei rapporti e alla forza di ridere in faccia a chi si crede migliore di noi.
A chi soffre, a chi restando a casa impara a guardarsi dentro, a chi si fa scivolare addosso le etichette di chi sa solo giudicare, e a chiunque stia semplicemente cercando un momento di sollievo: Buon Ferragosto.







