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Il cane nero e la forza di parlarne

Di fronte al buio delle tante tragedie familiari: perché dare voce al dolore è il primo passo per non far spezzare il cuore e la mente

Editoriale di Bruno Robello de Filippis. Ci sono giorni in cui la cronaca ci colpisce alle spalle con una violenza inaudita. Leggiamo di tragedie familiari, di vite spezzate all’improvviso tra le pareti domestiche, e la prima reazione d’istinto è la distanza. Cerchiamo spiegazioni rassicuranti, etichette rapide, o ci rifugiamo nel conforto di chi guarda da fuori pensando: “A me non potrebbe mai accadere”.

Ci sono poi molte persone che, ammaliate forse dalla facilità di comunicazione offerta dai social, scrivono la loro, premettendo che si dovrebbe non parlare, non scrivere davanti al dolore così profondo, davanti alla tragedia così forte; eppure scrivono, in questo istante scrivo anche io, ma a mia parziale difesa, lo faccio con un minimo di conoscenza della materia.

Ritengo che la verità sia molto più complessa e feroce; parlo di depressione, di andare inesorabilmente giù non vedendo vie di uscita. Quando la mente scivola nel buio della depressione, la realtà cambia forma. Winston Churchill chiamava questo male il suo “cane nero” (Black Dog): un’ombra “ingombrante”, silenziosa e minacciosa che si accuccia al tuo fianco, pronta a divorare ogni sprazzo di luce.

Quel cane nero io l’ho visto e, per certi versi, lo vedo ancora.

So cosa significa sentire la realtà sgretolarsi e percepirsi del tutto soli, anche in mezzo agli altri. So cosa vuol dire immaginarsi la fine. So quanto possa essere difficile persino trovare le parole per dire “ho bisogno d’aiuto”. La depressione non è un difetto di carattere o un momento di svogliatezza: è una malattia vera, un’alterazione profonda che ti convince che non ci sia più nulla da fare.

Proprio per questo, insieme al mio psichiatra, Edoardo Cossetta,ho voluto e voglio continuare a portare il tema della depressione e della salute mentale sui palchi dei teatri. Non per esibizionismo, ma per convinzione profonda: trasformare la sofferenza in parola, in rappresentazione condivisa, significa toglierle quell’aura di tabù e di vergogna che la rende letale; parlarne è già un inizio di cura.

Nel Macbeth, William Shakespeare scriveva una frase che tutti dovremmo scolpire nella memoria:

«Date parole al dolore: il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli ordina di spezzarsi».

Quando il dolore resta chiuso nel silenzio, dentro le mura di una casa o nella solitudine di una mente che soffre, diventa una bomba ad orologeria. Se non gli diamo una voce, finisce per consumare chi lo porta dentro.

Rompere il silenzio, chiedere aiuto, parlarne con i medici, con le persone care o anche attraverso l’arte e il teatro non è un atto di debolezza, ma il primo vero gesto di coraggio. È l’unico modo per impedire al Cane Nero di decidere per noi.

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